Cos’è l’allevamento intensivo?

Per allevamento intensivo si intende una forma di allevamento che utilizza tecniche industriali e scientifiche per ottenere la massima quantità di prodotto al minimo costo e utilizzando il minimo spazio, tipicamente con l’uso di appositi macchinari e farmaci veterinari. La pratica dell’allevamento intensivo è estremamente diffusa in tutti i paesi sviluppati; la gran parte della carne, dei prodotti caseari e delle uova che si acquistano nei supermercati viene prodotta in questo modo.

Perché l’allevamento intensivo è così problematico per la nostra società?

Le ragioni per le quali l’allevamento intensivo è un problema per la nostra società sono multiple:

  • Ragioni Sanitarie
  • Ragioni Etiche
  • Ragioni Ambientali
  • Ragioni Alimentari

Ognuna di esse, racchiude al suo interno molteplici realtà che stanno visibilmente modificando la nostra società, la nostra salute e il nostro ambiente.

Ragioni Sanitarie

L’allevamento intensivo o industriale ha la necessità implicita, dovuta alla quantità di capi di bestiame abitante, di prevenire in ogni modo la possibilità di insorgenza di malattie nei capi e di isolare e trattare quelli infetti.
Questa prevenzione, secondo le regolamentazioni, deve essere effettuata tramite un avanzato livello di igiene dell’animale (quindi condizioni igienico-sanitarie adeguate), la profilassi sanitaria, la presenza e la visita di un medico veterinario aziendale che abbia una tracciabilità sanitaria dei capi di bestiame e che ne disponga gli eventuali trattamenti o l’eventuale isolamento. Al medico veterinario è affidata anche l’obbligatorietà della trasparenza nel caso della presenza di patologie trasmissibili per zoonosi da animale a uomo.

  • Antibiotico-Resistenza: Questo genere di regolamentazione però risulta costosa e, in taluni casi, poco sostenibile. Per questi motivi alcune aziende, preferiscono l’uso indiscriminato di antibiotici di basso dosaggio ma a lungo termine per la profilassi costante di patologie batteriche. Questo, non solo inficia sulla qualità della carne, che comunque termina sulle nostre tavole, ma cosa più preoccupante è la causa principale dell’antibiotico-resistenza, problema che stiamo affrontando giornalmente ma che peggiorerà nelle prossime decadi.
    In Italia, circa il 70% degli antibiotici venduti (compresi anche quelli a consumo umano) è destinato agli animali.  Siamo il terzo maggiore utilizzatore di antibiotici negli animali da allevamento in Europa, e il nostro uso è più alto di quello di altri paesi di simili dimensioni (il triplo della Francia, il quintuplo del Regno Unito). Il danno economico celato dietro questo largo uso di antibiotici è la necessità di trattare patologie molto più resistenti. Ogni anno, in UE, la resistenza agli antibiotici provoca 33 mila decessi e una spesa sanitaria di 1,5 miliardi. A detta dell’OMS è “una delle maggiori minacce per la salute globale”. Questo significa, senza fare troppi allarmismi, che tra 20/30 anni, forse meno, non saremo in grado di trattare infezioni comunemente trattate finora. Con queste condizioni, infezioni fino ad ora sconfitte facilmente con terapie antibiotiche, diverranno nuovamente mortali.
  • Ormoni nella carne: L’utilizzo di ormoni nella carne è del tutto vietata in Europa. Questa pratica, di conseguenza, è rara. In nazioni estere alla comunità europea sembra invece che l’uso e la presenza di ormoni, non solo non è illegale, ma largamente utilizzata. Questo con conseguenze sul consumatore che assimila la sostanza tramite il consumo di carni con additivi ormonali.
  • L’alimentazione degli animali: Un’altro motivo di preoccupazione, è destato dall’alimentazione degli animali. Essendo infatti noi, consumatori finali, non siamo esenti dalla possibilità di assimilare quanto assorbito dai capi d’allevamento. Un motivo in più per permettere agli animali un alimentazione sana e naturale. Un esempio di danni provocati dall’alimentazione è il caso dell’Encefalopatia Spongiforme Bovina, anche conosciuta come Mucca-pazza, il tutto scatenato dall’uso di farine di origine animali, che in un primo momento fu vietato, ma che nel 2012 l’UE ne ridiede l’autorizzazione all’utilizzo.

Ragioni Etiche 

L’allevamento deve sempre essere supportato dal rispetto delle realtà naturali dell’animale. Questo ovviamente deve intercorrere con le necessità economiche e organizzative dell’azienda di allevamento. Ciò nonostante, è sicuramente corretto un aumento del prezzo delle carni, in misura di un ridotto utilizzo delle stesse, già di per se dannose per la salute se consumate in grandi quantità. Inoltre è necessaria una sensibilizzazione dietro al mercato delle carni. Ogni animale deve sicuramente vivere in un contesto che si affacci più possibile alla sua naturalità. I principi etici fondamentali per l’animale sono:

  • Corretta alimentazione
  • Ambiente fisico adeguato (un riparo e spazio sufficiente all’aperto)
  • Condizioni igienico-sanitarie eccellenti (No amputazioni, no ferite o maltrattamenti, no a spazi insalubri e presenza di medico veterinario che tratti eventuali patologie)
  • Libertà d comportamenti specie-specifici (Lo spazio necessario e corretto, in compagnia di animali della propria specie, per l’espletazione dei comportamenti naturali dell’animale)
  • Ambiente sereno (un ambiente libero da paura e disagio che aiuti l’animale a affrontare le proprie fasi vitali fino al momento dell’uccisione e macellazione)

Questi principi etici, sono tutti in contrasto con la definizione di Allevamento Intensivo.

Ragioni Ambientali

Le ragioni ambientali che porterebbero alla necessità della totale estinzione dell’Allevamento Intensivo sono multiple:

  • Impatto sulle risorse idriche
  • Impatto sul suolo (deforestazione, impoverimento del suolo)
  • Emissioni di gas serra
  • Perdita della biodiversità

1. Risorse Idriche
Le risorse idriche del pianeta sono limitate, questo ovviamente è risaputo da anni ed è maggiormente visibile nelle zone più equatoriali e calde della nostra terra. La parte dell’acqua richiesta dal sistema zootecnico moderno che è impiegata per abbeverare gli animali è: per un manzo fino a oltre 80 litri di acqua al giorno, per un maiale oltre 20 litri e per una pecora circa 10 litri. Considerando che l’ammontare di capi di bestiame macellati ogni anno è di quasi 56 miliardi (pari a 8 volte la popolazione umana mondiale) è implicito pensare che abbeverare e nutrire questi animali diventa dispendioso ed incide fortemente sulle risorse presenti.
L’impronta idrica che è utilizzata per l’allevamento è di circa 2422 miliardi di metri cubi l’anno pari ad un quarto di tutta l’impronta idrica mondiale.  È stato calcolato che l’impronta idrica di un chilogrammo di carne di pollo è di 4330 litri di acqua, 5990 per un chilo di carne di maiale, e 10.400 per un chilo di carne di pecora. Per un chilo di carne di manzo occorrono 15.400 litri di acqua o, secondo altre stime, ben 100.000, se l’allevamento è intensivo, e addirittura 200 000 se l’allevamento è estensivo, un volume di acqua quest’ultimo sufficiente a soddisfare i consumi domestici complessivi di una famiglia europea di quattro persone per sei mesi.
A confronto, la produzione di cibi vegetali richiede una quantità di acqua decisamente più ridotta: per un chilogrammo di riso, la coltura a più alta richiesta idrica, occorrono 2500 litri di acqua; per un chilo di soia ne bastano 2145, 1827 per un chilo di grano, 1220 per un chilo di mais e 290 per un chilo di patate.
Le risorse idriche però, non solo vengono consumate in quantità eccessive, ma anche contaminate dalle deiezioni animali rendendo molte delle falde acquifere inutilizzabili.

2.Impatto sul suolo
L’allevamento in principio richiede un largo utilizzo di spazi, per questo sin dagli inizi del XX secolo, l’umanità ha proceduto ad una sistematica deforestazione del pianeta, per far largo alla maggiore necessità di pascoli rappresentati dalla crescita esponenziale di richiesta di carni. La deforestazione però è solo il primo punto di questo problema. L’alta densità e la necessità di riutilizzare gli stessi pascoli continuamente, rendono impossibile la generazione di nuovi germogli che portano al conseguente isterilimento del terreno. La continua pressione dello zoccolo provoca compattamento del terreno, mentre l’estirpazione della vegetazione effettuata dall’animale per nutrirsi provoca impoverimento della flora. Il compattamento del terreno diminuisce la capacità della terra di trattenere acqua e di rigenerarsi, mentre l’impoverimento della flora compromette la resistenza del suolo non più trattenuta dalle radici e riduce funzioni essenziali svolte dai sistemi vegetali quali l’assorbimento dell’acqua e il riciclo degli elementi nutritivi: la terra finisce così per essere sempre più esposta all’erosione del vento e dell’acqua e destinata all’isterilimento agricolo.

3.Emissione di Gas Serra
Il Worldwatch Institute, ha concluso, a seguito di analisi critiche nei confronti dei rapporti sui gas serra redatti dalla FAO, che il totale delle emissioni di gas serra attribuibili al settore zootecnico rappresenterebbe una quota pari o superiore al 51% delle emissioni totali. Per fare un esempio delle dimensioni di queste emissioni, se prendessimo l’intero settore dei trasporti (stradale, aerea, navali e ferroviari) ammonterebbe ad una quota del 13,5% di emissioni totali. L’allevamento intensivo dunque è responsabile di più della metà dei gas serra prodotti e per transitività è il maggiore responsabile del riscaldamento terreste e dello scioglimento dei ghiacciai.

4.Perdita della biodiversità
Secondo la FAO, «il settore zootecnico può essere considerato il principale fattore nella riduzione della biodiversità». Questo di fatto è facilmente deducibile in primis da quanto precedentemente affermato, inoltre bisogna tenere conto dell’impatto delle specie aliene inserite in diversi ecosistemi. L’introduzione di nuove specie allevabili (e dunque aliene) in regioni di differente ecosistema mette in serio pericolo le specie native sotto diversi aspetti. Primi tra tutti abbiamo quello infettivo, ovvero l’introduzioni di agenti patogeni endemici in talune specie, ma totalmente sconosciute ad altre, che porta allo sterminio di quelle native. Inoltre è da riconoscere la necessità di modificare l’ecosistema per rendere i pascoli più produttivi, rendendo necessario l’introduzione di nuove specie vegetali, spesso infestanti. Infine non è da dimenticare l’impatto diretto della specie aliena sull’ecosistema; un bovino, ad esempio, consuma 400 chilogrammi di vegetazione al mese, brucando erbe, cespugli e alberelli, e il calpestio degli zoccoli schiaccia le piante selvatiche al suolo.

Ragioni Alimentari

L’allevamento intensivo è inoltre causa della scarsità di alimenti nel mondo. Basti pensare al fatto che nel solo 2007 si sono utilizzate circa 745 milioni di tonnellate di cereali per nutrire il solo bestiame. Questa quantità è pari ad un terzo della produzione mondiale di cereali. L’impatto sulla nostra economia di conseguenza è sotto gli occhi di tutti. In italia, oltre il 50% dei cereali prodotti è utilizzato per nutrire gli animali e il 36% del terreno finalizzato alla coltivazione dei cereali è utilizzato in ultimo per nutrire gli animali. Per quanto riguarda la soia, l’altro principale componente dei mangimi moderni, oltre il 70% della produzione mondiale è usata negli allevamenti.
L’allevamento intensivo, dunque, non è solo responsabile del consumo delle risorse alimentari ma sopratutto di uno spreco e di una inefficienza enorme alimentare. Mentre da un lato, utilizziamo risorse alimentari atti al nutrimento e al sostentamento degli animali, dall’altro essi ci forniscono carne, latticini e svariati derivati. Ma in che percentuale?
Considerando che nel 1979 negli Stati Uniti siano state somministrate al bestiame circa 145 milioni di tonnellate di cereali e soia, e di queste solo 21 milioni sono tornate ad essere disponibili per l’alimentazione umana sotto forma di carne e uova: «il resto, equivalente a circa 124 milioni di tonnellate di cereali e soia, è stato sottratto al consumo umano». Se queste 124 milioni di tonnellate di cereali e soia fossero state convertite per l’alimentazione umana, avrebbero fornito «l’equivalente di una ciotola di cibo per ogni essere umano del pianeta per un intero anno»
Parlando invece di proteine alimentari, per 1 kg di proteina animale, abbiamo la necessità di un utilizzo di 6 kg di proteine vegetali.
Se usassimo un Manzo come esempio, nel corso della sua vita, e dunque prima di essere pronto alla macellazione, utilizzerà un quantitativo pari a 5000 Kg di mangimi. Al momento della macellazione il peso del bovino si aggirerà attorno ai 600 Kg, e successivamente alla macellazione, la componente che verrà venduta sul mercato sarà di un massimo di 300 Kg. Questo significa che a seguito di un utilizzo di circa 5000 Kg di mangimi e di 4 milioni e mezzo di litri d’acqua produrremmo un quantitativo di 300 Kg di carne commestibile.
Parlando di percentuali, solo il 6% degli alimenti utilizzati nella produzione, sarà nuovamente disponibile per la nostra alimentazione. Rimane implicita la scarsa efficienza di questo sistema di produzione sul lato alimentare.

Le Soluzioni

La soluzione è ovviamente il passaggio all’allevamento estensivo ed al controllo demografico dei capi di bestiame. Necessaria è l’eliminazione dalla dieta di tutti i giorni delle carni ed un ritorno alla dieta mediterranea, basata più su piante leguminose e piante tipiche della dieta tradizionale delle differenti regioni. L’uso dell’allevamento deve essere largamente diminuito per quanto NON eliminato.  Sebbene una dieta vegetariana sia complessivamente più sostenibile e salutare, la completa eliminazione della carne proveniente dall’allevamento estensivo comporterebbe la perdita di specie ed habitat associate a questa pratica tradizionale. Mantenere sul territorio forme di allevamento estensivo pertanto, permette la conservazione di molte specie ed habitat naturali. È necessario però garantire un equilibrio: l’eccessiva pressione del pascolo causa l’erosione del suolo, una bassa pressione comporta l’evoluzione della vegetazione in bosco e la scomparsa del pascolo.

Concludendo, la riduzione drastica del consumo di carni è principalmente un guadagno per la nostra salute, considerando l’incidenza di cancro dovuta al consumo eccessivo, e infine un guadagno in moralità ed integrità come essere umani nel rispetto della vita.